Donne con le palle? No, con l’utero. 4 storie di imprenditrici rivoluzionarie | Pandant Blog

La scalata verso il successo è spesso più difficile per le donne che, in un mondo declinato al maschile, si scontrano con ostacoli maggiori. Ma arrivare in vetta è possibile. Ecco le storie di 4 donne che ce l’hanno fatta. 

La ricetta per il business vincente? Non esiste! Fondare un’azienda richiede impegno, passione, una bella dose di coraggio e un pizzico di follia. Se sei una donna, però, hai bisogno di qualche sforzo extra, per ottenere gli stessi risultati degli uomini.

Quando ero all’Università (e la mia conoscenza del mondo del lavoro si limitava agli stage formativi), ero una femminista della peggior specie: donne e uomini sono uguali, punto. Quote rosa? Perché mai? Se siamo per la meritocrazia, perché obbligare le aziende ad assumere in base al genere? Andava premiato il talento. 

Sorrido a ripensare a tanta ingenuità. All’epoca non avevo idea delle difficoltà che le donne si ritrovano ad affrontare ogni giorno. A partire dall’ingresso nel mondo del lavoro, nelle possibilità di carriera, di crescita salariale, di agevolazioni nell’organizzazione della vita personale e familiare. 

Mi ci è voluto qualche anno, quando ho avviato un’azienda con due soci uomini, per capire che uomini e donne non sono uguali, e che valorizzare questa diversità può fare la differenza per il successo di un’impresa. 

In un mondo in cui donne e uomini hanno eque condizioni di partenza, sposerei ancora quei principi. Ma viviamo in un Paese che il Gender Equality Index colloca ancora agli ultimi posti per opportunità lavorative e partecipazione economica delle donne, che guadagnano in media il 12% in meno a parità di rendimento e solo il 27% ricopre cariche manageriali nelle imprese.  Divario reso ancora più profondo dall’emergenza Covid: da febbraio 2020 sono andati persi 426.000 posti di lavoro, per lo più svolti da donne. 

E quindi oggi credo siano necessarie delle azioni positive in campo economico e politico per innescare un cambiamento culturale, che sradichi il pregiudizio insito che tutto ciò che è declinato al maschile ha più valore.

Intanto, non possiamo di certo aspettare che questo divario uomo/donna si colmi per realizzare i nostri sogni di business (anche perché secondo il World Economic Forum occorrono circa 200 anni). Per ispirarci, ecco le storie di 4 donne che sono riuscite a trasformare questi ostacoli in trampolini di lancio per il loro successo. E a mettere questo successo al servizio delle altre donne.

Whitney Wolfe Herd co-fondatrice di Tinder, cacciata dall’azienda che ha creato

Dalla violenza verbale, nella coppia, agli insulti sul piano professionale in ufficio. Whitney Wolfe Herd, a soli 22 anni fonda Tinder, l’app di dating più famosa al mondo, insieme a un amico, Sean Rad  e a Justin Mateen, di cui si innamora.  Ma la favola diventa presto un incubo. 

Justin è verbalmente violento e così Whitney decide di lasciarlo. Da quel momento, lui non perde occasione di denigrarla pubblicamente, le rende la vita impossibile, arriva perfina a chiamarla “puttana” durante i meeting aziendali. La goccia che fa traboccare il vaso è quando Sean Rad e Justin Mateen, si coalizzano per toglierle il titolo di co-founder “Sei piccola, hai 24 anni, fai sembrare la startup un gioco. Facebook e Snapchat non hanno cofounder donna”. 

Whitney reagisce, dà le dimissioni e porta i due in tribunale. E affronta tutto l’odio della Rete che l’accusa di aver sfruttato la situazione per arricchirsi (secondo indiscrezioni avrebbe ottenuto 1 milione di azioni di Tinder). Senza prospettive di carriera, si vede persa ma poi decide di rimettersi in gioco con una nuova app: Bumble, app di dating che ha 75 milioni di utenti in 150 Paesi. Ci riesce grazie all’aiuto di Andrey Andreev, uno dei cofounder di Badoo. Ma non si ferma lì, continua la sua scalata: oggi è alla guida di MAgic Lab, una società che include 4 app, tra cui Bumble e Badoo, per un totale di oltre 500 milioni di utenti e valutato 290 milioni di dollari, secondo Forbes

Whitney e il suo impegno a favore delle donne

Dopo la brutta esperienza in Tinder, l’impegno di Whitney diventa dare maggiore potere alle donne. A partire dalla sua nuova app, Bumble, dove è solo la donna che può contattare l’uomo, inviando il primo messaggio.  Negli anni poi è diventato qualcosa in più: ci sono delle feature che favoriscono le utenti nel networking, altre invece che le aiutano a inserirsi nel mondo del lavoro e, sul fronte politico, si batte contro le molestie sessuali sul web.  

«Una donna per stare al comando non deve aspettare che qualcuno apra le porte al posto suo. Se le sue braccia funzionano bene, deve farlo da sola. Solo così avrà rispetto per se stessa e guadagnerà il rispetto degli altri», è uno dei suoi consigli più famosi alle donne che vogliono fare impresa.

Se vuoi leggere la sua storia per intero, leggi l’articolo scritto da Giancarlo, su Startupitalia!: “La storia di Whitney Wolfe Herd co-fondatrice di Tinder. Ingiustamente cacciata ora si impegna per le donne”

Katia Sagrafena, a sostegno dell’autoimprenditorialità e della genitorialità 

Nella ridente Umbria, insieme al marito, Katia Sagrafena fonda un gruppo oggi quotato in Borsa e che vede crescere i ricavi del 30% all’anno: Vetrya offre servizi innovativi per il mondo delle media, blockchain e AI. 

Eppure Katia non è concentrata solo sul suo business, ma mette al centro chi lavora con lei. 

A partire dalla Fondazione Luca & Katia Tomassini, per avvicinare i giovani al digitale a favorire l’autoimprenditorialità,e sostenere il futuro del Paese. Fino alla creazione del miniclub aziendale. Sì, perché il 45% dei suoi dipendenti sono donne che vengono valutate solo per il loro cervello, quando messe nella condizione di poter lavorare. Senza paura di essere penalizzate perché madri. Da qui l’idea di servizi gratuiti che permettessero madri e padri di lavorare vicino ai loro figli. Senza essere costretti a dover scegliere tra carriera e lavoro.  

Esther Wojcicki, “Tu sei donna, vali di meno” 

Ogni mattina suo padre si svegliava e ringraziava Dio di non essere nato femmina. Le ripeteva che suo fratello è più importante, perché maschio e in futuro sarà lui il capofamiglia. Come la tradizione ebrea ortodossa impone.  Esther Wojcick, nasce in una famiglia di ebrei russi fuggiti in California per scampare a miseria e persecuzione, eppure l’unico futuro che il padre le prospetta (e accetta per lei) è quello di sposare un uomo ricco.

Ma lei voleva ragionare con la sua testa e scegliere la sua strada, anche se significava perdere ogni sostegno morale ed economico da parte della sua famiglia.

Era l’agosto del 1959, compiuti 18 anni, Esther fa le valigie e sale su un bus per Berkeley, dove accede grazie a una borsa di studio. Un uomo poi l’ha sposato, ma l’amore della sua vita, incontrato proprio tra i corridoi dell’Università. Hanno tre figlie, e Esther decide di partire dagli insegnamenti del padre, che tanto l’avevano ostacolata, e di fare esattamente l’opposto. 

Oggi, a 79 anni, ha formato oltre 700 allievi al suo corso di giornalismo (tra cui anche la figlia di Steve Jobs) e ha sviluppato un metodo per migliorare le performance in azienda e motivare i collaboratori. Il metodo Woj, così lo chiama, si fonda su 5 pilastri principali (fiducia, rispetto, indipendenza, collaborazione e gentilezza) ed è lo stesso con cui ha cresciuto le sue figlie, il suo primo grande successo umano e professionale: Susan, 51 anni, è stata l’impiegata numero 16 di Google (Brin e Page l’hanno fondata nel suo garage), poi ha spinto per acquistare YouTube, di cui dal 2014 è il CEO. Secondo Forbes è tra le 100 donne più potenti al mondo; Janet, 49, professoressa di Pediatria alla University of California di San Francisco; Anne, 46, già campionessa di pattinaggio da giovane, poi biologa, co-fondatrice e amministratrice di 23andMe, società di genomica e biotecnologia pluripremiata.

Se vuoi diventare un leader di successo, o raggiungere qualsiasi obiettivo non hai il coraggio di perseguire, un’occhiata al suo libro la darei: “How to Raise Successful People: Simple Lessons for Radical Results”.

Licenziata perché incinta, Morena Fabbri lancia il suo brand Marlù.

Un trio al femminile dietro Marlù, brand che produce gioielli, oggi sponsor di The Voice: Morena, Monica e Marta Fabbri, sorelle, mamme e imprenditrici.  

Morena ha sempre avuto la passione per i gioielli. Da giovanissima vendeva bijou in negozio, a San Marino, aiutata dalla sorella Marta. Lascia poi il negozio per diventare rappresentante per un’azienda. Qui la doccia fredda: viene licenziata senza motivo, prima di partorire il suo secondo figlio, dopo che le azienda le aveva chiesto di formare chi doveva sostituirla per la maternità, ma che prende il suo posto in modo permanente. 

Lei non si perde d’animo, non si fa scoraggiare da un mondo del lavoro che ti chiede di scegliere tra carriera e genitorialità, e nel 2001 fonda la sua azienda: Marlù (dall’unione dei nomi dei suoi figli, Marco e Lucia), per produrre gioielli che comunicano emozioni, sentimenti, affetti, e che siano d’ispirazione a chi vive un momento di difficoltà. 

Le sorelle la seguono nell’impresa. Rischiano tutto, eppure oggi Marlù conta 50 dipendenti, 20 agenti plurimandatari, 32 negozi monomarca e un fatturato che cresce del 30% l’anno. Dimostrando che si può fare impresa,  pur avendo pargoli.

Ripercorrendo queste storie, mi sento ancora più fortunata perché posso dire di vivere una piccola isola felice in azienda: ho due soci uomini che non mi hanno fatto mai fatto sentire inferiore perché donna. Siamo tre persone, con competenze, visioni del mondo ed esigenze proprie, e contano quelle.  

Ma quando esco dal mio cerchio magico, mi scontro con un sistema che rende la partita delle donne più difficile da giocare, e vincere. 

Eppure, lo vorrei vivere un mondo dove non servano quote rosa, dove non esistano lavori da uomini e lavori da donna ma lavori a cui chiunque può accedere, sulla base dell’attitudine personale, l’ambizione, la passione e l’impegno. Un mondo in cui un’imprenditrice donna non ha bisogno di un socio uomo per la stretta di mano finale. Un mondo in cui le tue opinioni e le tue competenze sono sempre oggetto di verifica. Un mondo dove perda senso l’espressione  “sei una donna con le palle”. Perché posso avere successo, o non averlo, anche con in dotazione un utero.